Siria, la diplomazia mediorientale affila le unghie

Siria, la diplomazia mediorientale affila le unghie

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Mentre si continua a combattere per la presa di Aleppo, seconda città siriana per importanza, e le forze lealiste cercano di riconquistare il terreno perduto, la diplomazia sul quadrante mediorientale gioca le sue carte: a Turchia e Lega Araba risponde l’Iran.

Roma, martedì 24 aprile 2012 – Dopo Tunisia, Egitto e Libia, e probabilmente prima ancora che la “Primavera Araba” torni di nuovo ad infiammare l’Iran, la Siria è in queste ore al centro di una terrificante e sanguinosa battaglia per la conquista di Aleppo, seconda città della nazione e principale hub commerciale. È notizia di ieri, che la Siria avrebbe schierato le armi chimiche al confine con la Turchia, che peraltro ha risposto con il puntamento di missili terra-aria in opposta direzione. In territorio turco infatti sono stati allestiti campi profughi imponenti, perché la popolazione civile sta scappando dal teatro dei combattimenti. Il portavoce ufficiale ha affermato che la Siria non userà armi chimiche a meno di non essere attaccata. Al di là dei giri di valzer diplomatici, l’escalation del conflitto sul confine turco è una realtà tutto altro che trascurabile. In passato l’esercito di Assad ha aperto il fuoco contro civili in fuga sul territorio turco e un jet militare di Instabul è stato abbattuto durante un volo di ricognizione in territorio siriano.

Nelle ultime ore insieme ai combattimenti per la presa della città si sono affilate anche le armi della diplomazia. Da una parte il Consiglio Nazionale Siriano ha affermato, e successivamente smentito, che sarebbe disposto ad accettare un periodo di transizione, dopo la partenza di Assad, formando un governo transitorio con forze dell’opposizione e un componente del Regime, così come avvento nello Yemen. Più che di un’apertura per un futuro compromesso, si tratterebbe di una vera e propria bomba ad orologeria posta sotto il trono del dittatore. La proposta infatti tenderebbe a isolare dall’interno Assad e la famiglia, garantendo vie di fuga onorevoli a coloro che sono coinvolti nell’attuale esecutivo. A questo si sono aggiunti i segnali che arrivano da Turchia e Lega Araba. «La rivolta contro il presidente Bashar al-Assad è più vicina che mai alla vittoria», ha detto il Premier turco Erdogan; mentre il Segretario Generale della Lega Araba si è spinto fin dove non si era mai spinto prima, affermando che Damasco ha i giorni contati.

Nel giro di poche ore però la diplomazia iraniana, alleata del dittatore siriano, ha risposto alle parole di Turchia e Lega Araba. «Il popolo siriano e gli amici della Siria non permetteranno un cambio di regime», ha ammonito Masoud Jazayeri, Generale di Brigada e alto ufficiale delle Forze Armate. «Nessuno degli amici della Siria o della resistenza anti-Israele (che comprende Iran, Siria, Palestina e gli Hezbollah libanesi) sono già entrati in scena. Se lo facessero, porterebbero un decisivo colpo al fronte nemico». Intanto aumentano le fughe e le diserzioni tra i ranghi dell’esercito governativo. Non solo soldati, ma anche alti gradi in carica. Questo significa che non c’è ritorno da questa rivoluzione e la parabola discendente del leader siriano potrebbe nel concreto essere la fotocopia di quanto accaduto all’ex Rais di Tripoli. Fonti russe affermano che moglie di Assad è al sicuro in Russia. Anche questo è un segnale forte che indica come, nonostante la riscossa delle forze lealiste, il risultato finale sia tutt’altro che scontato.

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