Antonio Rezza protagonista “orfico” e fratto

Antonio Rezza protagonista “orfico” e fratto

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Fa il tutto esaurito il nuovo spettacolo di Antonio Rezza, per un mese al Vascello di Roma. Un successo annunciato, costruito negli anni. Ma sotto la performance esilarante balena il male di vivere contemporaneo

Roma, lunedì 24 dicembre 2012 – Al Vascello è in scena fino al 6 gennaio il nuovo spettacolo di Antonio Rezza Fratto X, uno dei più rilevanti degli ultimi anni per forza iconoclasta. Il testo presenta dei “tableaux”, intessuti tra loro dal labile filo di un habitat metafisico, ideato da Flavia Mastrella, artista visiva apprezzata da Achille Bonito Oliva, e realizzato con lunghi “bondage” (ampi teli elastici che servono a creare il non luogo della performance). L’attenzione per tutta la durata dello spettacolo è catalizzata da Rezza, attore giullare dalle movenze spigolose, solo a tratti alleggerite dalle luci soffuse e dai tagli laterali, che danno alla scena un’atmosfera onirica, dove Antonio Rezza assale lo spettatore per un ora e mezza con un incalzante verve logorroica e movimenti “clownescamente” irritanti ma efficaci. La sala è sempre piena per un successo annunciato e meritato, costruito in anni di lunga gavetta e esploso da qualche stagione presso il grande pubblico.

Attraverso l’isteria dell’assurdo che si fa comico Antonio Rezza cela allo spettatore la malinconia di personaggi vinti, diseredati e inetti alla vita contemporanea. Rezza fa di tutto per non apparire un “tragico”. E di fatto lui non è un tragico. È un orfico. Perché cela allo sguardo disattento della platea, desiderosa di abbandonarsi al riso infantile, la rudezza del mondo esterno e il male di vivere. La verità del testo e della perfomance balena per frammenti. Emerge in tratti distorti, quando uno meno se l’aspetta. E dato che uno non se l’aspetta, non la vede, non la coglie, non la sente. Questo fa degli spettacoli di Rezza “spettacoli orfici”, di cui Fratto X è forse il più morale tra tutti quelli scritti finora.

In un precedente articolo si è detto che «il senso “is gone”, è andato via. E il furore linguistico e istrionico che si accende sulla scena ha un qualcosa di misterioso, che trova liberazione nella risata infantile con cui il pubblico accoglie i gesti altrettanto infantili dell’attore. Eppure sotto l’infantilismo si cela spesso un acuto senso del dolore umano, della mancanza di alternative, delle pressioni emotive, della fuga ipocondriaca verso la pazzia». È così per il primo personaggio: Mario, che da sempre non riesce a non essere Mario, non riesce a non comportarsi da Mario e torna sempre indietro da Mario, perché da Mario “sta bene”. Richiesta di integrità o dichiarazione di inettitudine? Entrambe forse. Che comunque mal si dispongono con la nostra società. È così anche per il personaggio muto investito dall’Ansia, che si presenta con voce femminile, che lo atterrisce e lo perseguita. Che sta con lui fin dalla giovane età e che appare così simile ad una madre poco amorevole. Due vinti, che si presentano in forme diverse: logorroico il primo, muto e silenzioso il secondo.

Nel dialogo-monologo dell’uomo e della donna, che parla con la stessa voce dell’uomo, è possibile invece ravvisare l’orfismo di cui si accennava sopra. Il quadro è una sintesi mirabile delle capacità inventive di Antonio Rezza. Un piccolo capolavoro nel capolavoro performativo. Rezza fa la voce dell’uomo e quella della donna, mentre Ivan Bellavista, che lo aiuta nei movimenti scenici, muove la bocca pronunciando fintamente le stesse parole e creando dei divertenti effetti fuori sincrono. Tableau tra i più divertenti dell’intero spettacolo, e dei più tragici. La sottomissione della donna è totale, cui viene tolto ogni residuo di personalità. Una figura priva di voce, costretta a lamentarsi per bocca dello stesso uomo e che in scena viene privata anche della finzione di avere un aspetto femminile (impersonata com’è da Bellavista a petto scoperto). La donna non c’è più. Tutto di lei è stato soppresso. La tragica verità è lì sotto gli occhi di tutti gli spettatori che ridono compiaciuti. È a portata di mano se solo ci si fa osservatori e si sente nell’intimo il dramma che si cela sotto la superficie. Il riso in questo caso nasconde il senso, avvicina e allontana allo stesso tempo, sfuma la verità che a tratti balena e scintilla. E non sempre il “giullare” aiuta e indirizza verso la comprensione. In alcuni casi può accadere. In altri collabora volutamente a celare.

E’ il caso del “tableau” più politico dello spettacolo, quello che attraverso l’esplicita metafora sessuale ricostruisce con precisione il clima  politico della Seconda Repubblica. Salta il performer fuori dai bondages mostrandosi nudo agli spettatori. Subito dopo salta di nuovo ma rivestito. Sarà stato un gesto reale oppure il frutto di una allucinazione collettiva? L’atto e la sua negazione ripetuta, seriale, sono il contenuto “orfico” del testo scenico. Il gioco che si dispiega tra salti acrobatici e parole, che gettano il pubblico in un riso sguaiato, sono il riassunto del carattere politico di questi anni. La sconcezza non è metafora di altre sconcezze, ma solo del modo “sconcio” di fare politica e di usare il potere della “parola” (strumento dell’uomo di teatro, ma anche strumento dell’uomo politico). Non ci sono allusioni dichiarate e rimandi a fatti concreti. Il riso nasconde e svela allo stesso tempo. Ma lo spettatore deve o dovrebbe fare il suo dovere e ricostruire il senso, sottraendolo alla metafore, altrimenti il prezzo del biglietto speso vale solo metà. Quando potrebbe valere molto di più.

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