Quando l’amore è precario

Quando l’amore è precario

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Al teatro Studio Uno gli autori Misuraca e Fama portano in scena i due punti di vista nel rapporto di coppia. Due monologhi separati dove l’altra metà è più ideale e immaginaria che reale. Nel vasto oceano della precarietà in cui nuota la società di oggi, anche l’amore deve adattarsi al piccolo spazio di un cuore monolocale

Roma, martedì 29 gennaio 2013 – Come risolvere in due problemi che da soli non avreste è una coproduzione delle due compagnie “La cattiva strada” e “Nero Artifex”, un progetto teatrale di cui Lorenzo Misuraca e Maria Antonia Fama sono gli autori. Dopo il successo ottenuto l’anno scorso da Fama per il suo monologo tutto al femminile “Appese a un filo”, si è pensato di aggiungerne un secondo per dare spazio anche alla tanto discussa “altra metà”. Dal 22 al 27 gennaio il Teatro Studio Uno di Tor Pignattara presenta Cuori Monolocali, per poi ospitare Appese a un filo la settimana successiva. Due divertenti monologhi sulla vita di coppia raccontati da Alessandro Di Somma, Ermenegildo Marciante e la stessa Fama, per la regia di Velia Viti.
Ogni giornata è una scelta: a lavoro, a scuola, in una coppia, ma anche al supermercato. Scelte che potrebbero cambiare in modo determinante il corso delle cose. Scelte che possono sembrare ostacoli lungo una strada già tortuosa, e che invece possono rivelarsi la via d’uscita, la direzione giusta. Attori e spettatori sono complici di un destino inevitabile, “una storia infinita che si ripete, quella degli uomini e delle donne che da secoli si cercano e non si trovano. E’ per questo che abbiamo scelto di non fare uno spettacolo sulla coppia, ma due monologhi su lui e su lei, unici protagonisti in scena, alle prese con un interlocutore di sesso opposto in parte desiderato, in parte reale”, spiega M. A. Fama, “si fa riferimento alla dimensione precaria delle relazioni in modalità fast food dei sentimenti, alla continua lotta interna, tra l’esigenza di fermarsi, di costruire,di avere una casa, e la spinta ad andare e conquistare ‘terre sconosciute’. E’ la vecchia storia di Ulisse che sogna Itaca ma non ci arriva mai”.
Sulle note di “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, un uomo aspetta l’amore, lo guarda e lo cerca dall’alto della sua finestra. “I due generi, maschile e femminile, sono come due variabili indipendenti, la x e la y che nuotano nel vuoto senza orientarsi tra spazio e tempo”. I sempre più numerosi cuori monolocali che affollano la città non sono pronti a fare un po’ di posto all’altra metà, ad accogliere l’amore in tutta la sua grandezza, così una parte è costretta a restare fuori. Il secondo protagonista a entrare in scena rispecchia maggiormente l’uomo moderno, single e allergico ai legami che vadano oltre la prima notte d’amore. Quello che la mattina dopo scappa dalla finestra a confondersi nuovamente tra gli altri cuori monolocali, perchè “il passo dalla colazione alla cena di natale è molto breve” e del resto “ogni donna è una citta da visitare. Chi vorrebbe morire senza aver visto il mondo intero prima?” Uomini diversi ma uniti da un enigma comune: la paradossalità del genere femminile, che si presenta come un ostacolo sia per chi voglia costruire una relazione stabile, sia per chi voglia solo divertirsi. Per ultimo torna in scena l’uomo serio, che continua a guardare dalla finestra un amore che ormai se ne va, e che forse non è mai arrivato. L’amore. Come uno shuttle che vola libero nello spazio, fino a che uno dei bulloni non si allenta. Non si sa quale dei tanti abbia creato la falla, ma tutto cade in mille pezzi, inevitabilmente.
Una scenografia che pur restando la stessa per l’intero spettacolo è capace di raccontare la vita. Il centro del palco e il fulcro della storia è un letto. Sul letto si sogna, si piange, ci si rifugia; dal lettone di mamma e papà al meritato riposo dopo il lavoro. Un luogo che si vive in due ma anche da soli, uno spazio condiviso e al contempo proprio, che resta ad ascoltare desideri e ad accogliere pensieri, di una notte romantica o del risveglio dopo una sbronza.
Ma la precarietà è una scusa per rimandare le scadenze o una condizione che determina realmente la vita? A questa domanda risponde Antonia Fama l’autrice di Appese a un filo, che può essere considerato la prosecuzione di un suo precedente testo, in parte autobiografico “Diario di un precario (sentimentale)”, in cui la dimensione politica e sociale è molto più forte: “Ci hanno illuso che il tempo determinato poteva essere una condizione passeggera, e che prima o poi ci saremmo sistemati. E per questo abbiamo cominciato a spingere l’amore e i sentimenti, come la casa e la famiglia, sempre più avanti nel tempo. Credo che il modo per superare la precarietà sentimentale sia rendersi conto che se con un contratto a progetto non si possono fare molti progetti, allora meglio cominciare dal presente, piuttosto che aspettare il futuro. Servono una buona dose di ironia, fatalità e tanto coraggio, quello per amarsi, nonostante il rosso in banca”.

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