Teatro, quando “umanità significa diversità”

Teatro, quando “umanità significa diversità”

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Le cose preziose non sono quelle che ci servono, ma quelle che ci chiedono di essere protette. Giancarlo Marinelli è l’autore di “Elephant man” al teatro Ghione. Un uomo pieno di poesia e di bontà, deturpato dalla sindrome di Proteo che lo presenta agli altri come un mostro più che come una persona.

Roma, venerdì 15 febbraio 2013 –  Dalla regia di Giancarlo Marinelli nasce la versione teatrale di “Elephant Man”, una storia biografica tratta dal romanzo di Frederick Treves, resa celebre dal fortunato capolavoro cinematografico firmato da David Linch nel 1980. In scena fino al 17 febbraio al teatro Ghione, si prepara alla tournée che si concluderà a Messina. Una storia che parla di umanità, dignità e dolore che possono nascondersi dietro una maschera che non sembra umana. Joseph Merrick, interpretato da Daniele Liotti è l’uomo-elefante. L’attore è noto al pubblico televisivo per aver lavorato ne Il capo dei capi, il Bell’Antonio,Il Fuggiasco, Il generale dei briganti. Dopo anni di televisione e cinema porta sul palco un personaggio drammatico e pieno di tensioni emotive. Così lo descrive Liotti: “Un personaggio che, nonostante sia costretto a vivere con la faccia rivolta verso un angolo, ha una poesia interiore capace di schiudere gli animi di coloro che gli stanno intorno, arrivando a dimostrare come siano loro i veri uomini elefanti. Ad affiancare il protagonista, il dottor Treves, interpretato da Rosario Coppolino, la moglie tra i più sontuosi abiti d’epoca è Debora Caprioglio, e la severa e algida capo-infermiera è da Ivana Monti.

Merrick è un uomo realmente vissuto nella seconda metà dell’800 e divenuto famoso nella società britannica a causa delle deformità del suo corpo. L’epoca di Jack Lo Squartatore e delle torture dei freak show londinesi: spettacoli in cui si esibivano rarità biologiche come fenomeni da baraccone. “Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono… un… Uomo!” l’urlo sommesso e disperato di Merrick mentre il Signor Byte lo frusta col bastone e lo costringe a mangiare da una ciotola, in ginocchio. La stanza che questo particolare paziente occupa al Royal London Hospital sembra invece arretrare di fronte agli spettatori, collocandosi più in fondo rispetto al centro del palco. Una stanza vuota, solo l’essenziale. Ad avanzare, a mantenere la posizione centrale e sempre con un passo più avanti, sono le persone “normali”, che escludono il “diverso da sé”, “l’altro” dalla propria vista, lo tengono in un angolo buio del mondo, nella penombra di luci cupe e oniriche, insieme a ciò che non si conosce e che fa paura. Un angolo dove la speranza non arriva. Ma anche l’uomo-elefante ha un posto nel mondo e il dottor Treves, l’unico che prende a cuore questo caso, intende dimostrarlo.

Dottore, lei potrà guarirmi? Un forte tuono si abbatte sulla platea, a colmare il vuoto di una risposta che non c’è. Un uomo che chiede se sarà come gli altri, se gli altri lo tratteranno mai come tale. “Ognuno ha una maschera, delle mostruosità, dubbi e incertezze che si tende a nascondere. Quest’opera si può definire proprio uno spettacolo sulla ‘rivelazione’. Gli altri personaggi si accorgono dell’umanità di Joseph e riscoprono se stessi, capendo che l’unico a non portare la maschera nonostante sia anche l’unico fisicamente ad averla è proprio l’uomo-elefante”. Liotti resta dietro la maschera, realizzata da Sergio Stivaletti, per tutta la durata dello spettacolo. La storia di Merrick è la storia di tutti. Il desiderio di essere amato al di là dell’estetica, l’ossessione della società per le vuote apparenze, il culto della bellezza omologata, le ostentazioni artificiali a cui ormai si è assuefatti. Diversità e umanità non sono due termini distinti, ma si fondono tra loro. Un uomo che chiede di essere libero, di sentirsi addosso il vento, la luce del sole. “Questa volta la speranza ha cercato anche me”, afferma dopo aver ritrovato i suoi più cari amici. E per una notte mette da parte i quattro cuscini che gli permettevano di respirare: decide di dormire da uomo, con un solo cuscino, disteso, cercando di imitare un comportamento normale, la stessa posizione usata dalle persone a lui più care. Un silenzio colmo di commozione riscalda il teatro, insieme alle parole di Joe Cocker: you are so beautiful to me, you are so beautiful to me. Can’t you see.

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