A Roma la pièce rivelazione del teatro francese

A Roma la pièce rivelazione del teatro francese

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Al Teatro Vascello dal 3 al 14 aprile «Clôture de l’amour» di Pascal Rambert, testo sulla fine di un amore premiato e tradotto in molte lingue. In scena Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi, diretti dallo stesso autore, direttore anche del Théâtre de Gennevilliers

Roma, venerdì 29 marzo 2013 – Il Teatro Vascello e Emilia Romagna Teatro Fondazione presentano lo spettacolo «Clôture de l’amour» di Pascal Rambert, una commedia amara che racconta la fine di un amore. Il testo, tradotto da Bruna Filippi e portato in scena da Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi con la regia dello stesso Rambert, è stato definito lo spettacolo rivelazione all’ultimo Festival di Avignone, già rappresentato in 8 lingue, ha fatto vincere al suo autore il Gran Premio della Letteratura Drammatica in Francia. La pièce, presentata nella Capitale dal 3 al 14 aprile 2013 in prima assoluta, è un lavoro sulla crisi di una coppia, un lavoro sulla fine della storia d’amore. Un tema universale, ma che nella tradizione novecentesca francese ha una centralità distintiva.

Partendo dalla spettacolare “Recherche” di Proust che apre il Novecento, dove l’amore viene scandagliato in ogni minimo dettaglio, fino ad arrivare al cinema dei giorni nostri, passando per la “nouvelle vogue”, la Francia ha fatto dell’amore uno dei contenuti di eccellenza del racconto, sia esso romanzato, narrato per immagini o portato sulla scena. Pascal Rambert, drammaturgo e regista, nonché direttore del parigino Théâtre de Gennevilliers, non si sottrae a questo fascino e introduce il pubblico in una vera e propria maratona tra paura e liberazione, tra domande e risposte che si concatenano. È nella brutalità di una parola onnipresente, nell’incredibile rigore di una scrittura fredda e aguzza che si esprime la forza universale di una pièce come «Clôture de l’amour». C’è il maschile e il femminile. Ci sono due sguardi, due silenzi, due dialoghi che esprimono con le loro parole la potenziale violenza di un amore che muore.

Soli in scena in un grande stanza bianca, vuota, quasi asettica, un uomo e una donna si affrontano in due monologhi taglienti che non arriveranno mai a farsi dialogo. È lui che inizia la conversazione recitando un lungo e denso monologo che introduce il pubblico nei meandri della sua mente, alla ricerca delle ragioni della fine del suo amore. I pensieri e le parole si fanno lame taglienti e scintillanti, ordinate e pronte all’uso. Saranno solo alcuni impercettibili movimenti delle mani e del corpo a tradire la lucidità apparente del suo ragionare, mentre vengono messe in fila le ragioni primarie e secondarie del suo disamore. È il corpo che parla, che tiene le fila di questo lungo monologo mentre le mani, la bocca, le gambe si spingono oltre lo spazio scenico.

Lei ascolta a lungo e attentamente, mentre il suo corpo sottile e delicato respira, arriva a toccare acuti picchi di tensione emotiva per poi scivolare di nuovo nel più completo silenzio. Il corpo. Le sue posture, sanno come creare silenzio, come chiedere silenziosamente. È come se dicesse: “E allora? Sono qui. Sono  qui (nonostante il mio silenzio) per riempire il tuo spazio. Sto aspettando. E continuo a farlo”. Dopo un lungo e profondo respiro inizia anche lei la sua replica, per poi chiudere il tutto con una tagliente frase assassina.

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