Sanità 2012, liste di attesa lunghe e ticket cari


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Presentato a Roma dal Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva il XVI Rapporto PiT Salute 2013. Tra le disfunzioni segnalate i costi a carico dei cittadini per accedere ai servizi sanitari

Roma, giovedì 18 luglio 2013 – «La fotografia che emerge evidenzia che il Servizio Sanitario Nazionale pubblico così come dovrebbe essere, cioè universale, equo e solidale, oggi più che mai non esiste». Così Tonino Aceti, coordinatore del Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva e responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici, ha commentato i risultati del XVI Rapporto PiT Salute 2013 dal titolo “Meno sanità per tutti, la riforma strisciante”. Presentato nei giorni scorsi a Roma, al Ministero della Salute, il Rapporto – realizzato dal Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva attraverso la raccolta delle segnalazioni dei cittadini giunte al PiT Salute, evidenzia soprattutto liste di attesa lunghe, ticket insostenibili e accesso alle prestazioni sempre più difficile. Infatti, dopo anni in cui gli errori medici rappresentavano il problema più sentito dalle persone, quest’anno il Rapporto vede appunto come prima voce quella dell’Accesso alle prestazioni sanitarie (18,4% del totale delle 27.491 segnalazioni del 2012).

Circa il 12% delle segnalazioni giunte al PiT Salute, nel corso del 2012, riguarda i costi a carico dei cittadini per accedere ad alcune prestazioni sanitarie.  “La situazione economica – si sottolinea nella nota di presentazione – ha assunto nel nostro Paese una gravità particolare a causa della mancata individuazione di misure di rilancio e di spinte all’innovazione e alla crescita. Se ieri il cittadino si rassegnava alla necessità di pagare per sopperire a un servizio carente, sospeso o intempestivo, oggi vi rinuncia”. Le difficoltà inerenti le lunghe liste d’attesa per accedere ad esami, visite ed interventi chirurgici sono la prima voce (74,3%); il maggiore ricorso all’intramoenia a causa proprio dei tempi eccessivi nel pubblico (15,4%) e l’insostenibilità dei costi dei ticket (10,3%). Il 37,2% delle segnalazioni riguarda gli esami diagnostici, mentre il 29,8% fa riferimento a visite specialistiche. Un’altra parte rilevante delle segnalazioni (28,1%) si concentra sulle richieste di ricovero per intervento chirurgico, mentre quasi il 5% rappresenta gli accessi per terapie oncologiche, quali chemioterapia e radioterapia.

L’ambito maggiormente gravoso in termini economici è l’accesso ai farmaci ed è stato segnalato dai cittadini nel 25,7%  dei casi. I pazienti, in particolare quelli affetti da patologia cronica e rara, devono pagare di tasca propria farmaci in fascia C, arrivando a spendere in media all’anno 1127 euro, o parafarmaci (1297 euro), nonostante siano per loro indispensabili e insostituibili. Eccessivi per i cittadini i costi per le prestazioni in intramoenia (24,4%), necessari tuttavia per poter rispondere tempestivamente ai bisogni di cura. Il peso dei ticket sulla diagnostica e la specialistica (16,3%) è il terzo settore segnalato come troppo gravoso dal punto di vista economico, che sta diventando un vero e proprio ostacolo alle cure. Particolarmente critica la situazione in quelle famiglie dove è presente un invalido o un anziano: strutture residenziali dai costi esorbitanti (7,6%), per le quali i cittadini arrivano a pagare in media all’anno 13.946 euro. Gli assegni di cura eliminati o inesistenti e l’insufficiente assistenza domiciliare costringono le famiglie a rivolgersi a badanti privati, determinando un aggravio di costi notevole che arriva in media a circa 8.488 euro annui. Per quanto riguarda l’assistenza protesica ed integrativa (6,9%), si è costretti a pagare in media fino a 944 euro annui per avere prodotti di qualità o in quantità accettabili.

«Ci troviamo di fronte ad un Servizio Sanitario inaccessibile, che decide chi curare utilizzando il criterio cronologico (impossibile ammalarsi a fine anno, vale a dire “chi prima arriva meglio alloggia”) e territoriale. Una selezione realizzata di fatto attraverso un taglio del Fondo Sanitario Nazionale senza precedenti, pari ad oltre 30 miliardi di euro nel periodo 2013-2015 e con effetti peraltro retroattivi, con tutto ciò che questo comporta», ha aggiunto Aceti.

Nell’ambito degli esami diagnostici, mediamente, si attende di più per le prestazioni di radiologia, come dimostra il 24% delle segnalazioni del 2012 (15,4% nel 2011).  Seguono due ambiti molto delicati, l’oncologia  con il 17,5% (20,4% nel 2011) e ginecologia e ostetricia con il 13,6% (nel 2011 14,3%). Per la specialistica è invece l’oculistica ad essere segnalata come maggiormente a rischio e rappresenta da sola circa un quarto delle segnalazioni (25,6%, mentre era 18,5% nel 2011). Le visite cardiologiche, con un dato anch’esso pari al 25% del totale (il valore era dell’11,5% nel 2011), sono un altro ambito di disagio, assieme a quelle ortopediche (dato 2012: 15,1%; dato 2011: 17%). Per gli interventi chirurgici, i cittadini hanno segnalato, per il 2012, eccessiva attesa per gli interventi di ortopedia (24,7%), oncologia (16,4%), chirurgia generale (13,7%, ma era 8% nel 2011) e urologia (10,3%; 14% nel 2011): nel primo caso il valore si è abbassato rispetto alla rilevazione 2011 (era pari al 29%), nel secondo caso è aumentato (era infatti pari al 14%).

E le segnalazioni riguardano anche casi di presunta malpractice. Il 17,7%  delle persone (16,3% nel 2011) si rivolge al Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva per casi di presunto errore medico, con una diminuzione di quelli relativi ai presunti errori diagnostici e terapeutici, (62,7% del 2011,57% del 2012). Il maggior numero di segnalazioni su presunti errori diagnostici si riscontra nell’area oncologica, con il 27,3%, dato in lieve aumento rispetto al 26,5% del 2011. La seconda area più segnalata resta l’ortopedia, che si attesta ad un 14,3%, e a seguire l’area della ginecologia ed ostetricia con il 9,1% delle segnalazioni. Invece, per quanto riguarda gli errori terapeutici, l’ortopedia continua ad essere l’area con il maggior numero di segnalazioni (32,1%), dato in aumento rispetto all’anno precedente in cui registravamo il 23.1%. Segue la chirurgia generale, con un 11,2% e la ginecologia ed ostetricia con l’8,2% dei casi.

Aumentano di molto le segnalazioni riguardanti le condizioni delle strutture sanitarie, passando dal 15% del 2011 al 23% del 2012. È un dato preoccupante, considerato che l’anno scorso si era addirittura registrato una lieve flessione. Le segnalazioni sulle disattenzioni del personale sanitario, ovvero tutti quei comportamenti che, pur non avendo causato un danno, rappresentano procedure incongrue e potenzialmente rischiose, rimangono pressoché invariate e sono ancora una percentuale consistente delle segnalazioni in quest’ambito (12,1% del 2011, 12,5% nel 2012). Migliorano i servizi di assistenza primaria di base (che riguardano per lo più il Medico di base, il Pediatra di libera scelta e la Guardia Medica), 25,9% nel 2011 e 23,4% nel 2012, mentre mantengono un trend al ribasso i servizi per la salute mentale (15,5% nel 2011, in aumento fino al 17% nel 2012 a conferma delle difficoltà di organizzazione in questo ambito). Maggiormente problematico è anche ottenere i servizi di assistenza domiciliare (nel 2012 valore 16,4%, era 14,3% nel 2011), così come l’assistenza protesica ed integrativa, che ottiene un aumento delle segnalazioni dal 9,1% del 2011 all’11,3% del 2012.

Tra le tante voci toccate dal Rapporto PiT Salute ci sono anche quelle relative alla Umanizzazione delle cure (3,8%).  Nelle segnalazioni si riscontra un prevalere di atteggiamenti sgarbati verso i pazienti (oltre un terzo delle segnalazioni: nel 2012 il valore è del 31,5%, in calo rispetto al dato 2011, 36,6%). Seguono incuria (30,2% del totale, nel 2012; in aumento rispetto all’anno precedente, con 25,9%) e maltrattamenti veri e propri (14,8% nel 2012, 13,4% nel 2011). Nell’11,3% dei casi, inoltre, è difficile ricevere dal personale sanitario informazioni sul proprio stato di salute (il dato era pari al 9,8% nel 2011), o si registrano episodi di violazione delle norme sul diritto alla privacy (5% è il dato per il 2012, 6,3% nel 2011).  “E’ indispensabile, oggi più che mai – si legge nella nota di presentazione del Rapporto –  anche nell’ottica di garanzia della “coesione sociale” del nostro Paese, rimetter al centro l’asticella tra equilibrio economico e  diritti. E’ chiaro che ciò attiene innanzitutto ad una scelta “politica”, che sgombri il campo dall’idea dell’insostenibilità del nostro SSN (produce oltre l’11% del PIL e ne assorbe solo il 7,1%) e che invece punti a sostenerlo adeguatamente rispetto al reale fabbisogno”.

«A chi dice che bisogna ripensare il concetto di universalismo, garantire tutto a tutti – ha voluto sottolineare il coordinatore Aceti – rispondiamo che ciò è già stato realizzato nei fatti attraverso una riforma “non formalizzata”, sulla quale né i cittadini, né gli operatori sanitari e tutti gli altri attori sono stati chiamati a dire la loro: praticamente una vera e propria riforma “strisciante”».

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