La sanità italiana oltre lo schermo

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Arriva la pellicola che smaschera le pratiche illegali nella prescrizione di farmaci. Nell’ultimo film di Morabito è Claudio Santamaria a muoversi al di sopra della soglia della morale. «La sceneggiatura era un pugno in faccia. Ho detto subito di sì»

Roma, giovedì 10 aprile 2014 – Presentato fuori concorso al Festival di Roma, esce il 30 aprile prossimo Il venditore di medicine, il film-denuncia di Antonio Morabito, scritto insieme a Michele Pellegrini e al produttore Amedeo Pagani, in cui dominano corruzione e malasanità; temi scottanti mai trattati dal cinema. Distribuito da Luce Cinecitta, il film, girato in cinque settimane, trae ispirazione dalla ricerca di una medicina rara per il padre malato del regista.Interpretato da Claudio Santamaria, Evita Ciri, Ignazio Oliva e Isabella Ferrari, la pellicola affronta le dinamiche sociali e di potere nell’Italia del nostro tempo attraverso le vicende di Bruno (Claudio Santamaria), un informatore medico disposto a tutto pur di mantenere il suo posto di lavoro e il suo stile di vita agiato. Personaggio in apparenza mostruoso, Bruno non è altro che il risultato della società che lo circonda di cui incarna contraddizioni e corruzione; egli si muove al di sopra della soglia della morale, immerso in un sistema di bisogni indotti e disinteresse sociale.

«Ho scelto l’ambiente della Farmaceutica – afferma il regista – per il prodotto che viene trattato: il farmaco, l’ultima cosa che dovrebbe essere ridotta a mero prodotto commerciale. All’interno di questo ambiente, ho preso come protagonista un informatore medico perché è una figura familiare, non distante dalla nostra quotidianità. È l’omino ben vestito che ci passa avanti nelle sale d’attesa con la sua valigetta. È una pedina piccola, ma si comporta nel piccolo esattamente come la sua classe dirigente si comporta nel grande». Girare il film non è stato facile: «Ci sono arrivate proteste minacciose – dice Morabito – e il direttore sanitario dell’ospedale in cui dovevamo girare ha negato il consenso tre giorni dopo la presentazione del film». In 105 minuti il film denuncia con dovizia di particolari le pratiche illegali nella prescrizione dei farmaci. «La sceneggiatura era un pugno in faccia. Ho detto subito di sì, anche perché oltre al tema dei farmaci ritrae una classe di persone che vivono il mito della ricchezza e dello status sociale» sostiene il protagonista che da tempo è una delle voci più battagliere, fra gli attori italiani, in fatto di tagli alla cultura, diritti civili e ricambio politico. Un racconto teso, compatto, che sullo sfondo di una trama di illegalità e una progressione thriller, fa trasparire un ritratto più ampio di un tempo di guerra silenziosa, in bilico tra ansia e spettro del fallimento, in cui sembra impossibile fermare una caduta volontaria.

Helena Bozzi

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