E’ l’ora del grande “compromesso storico”?

E’ l’ora del grande “compromesso storico”?

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Dopo il voto delle Europee in Italia di profilano due forze simili al PCI e alla DC del 1970. Una pragmatica e di Governo. L’altra anelante ad una rigenerazione morale. A quaranta anni di distanza la storia si ripete

Roma, lunedì 26 maggio 2014 – La grande sorpresa delle elezioni Europee è la vittoria schiacciante del Pd su tutti gli altri partiti, Grillo compreso. A urne chiuse e spoglio effettuato, Renzi incassa dagli italiani il 40,8%. Nonostante il caso Genovese (il senatore Pd arrestato per concorso esterno con la Mafia), nonostante il caso Expò con il ritorno sulla ribalta delle cronache di Primo Greganti, nonostante le tante promesse enunciate ma finora in attesa di concretizzarsi. Gli italiani hanno votato Renzi e il Pd sulla fiducia. Anche gli 80 euro mensili in busta paga per circa 10 milioni di persone hanno portato consensi al Premier sulla fiducia, perché è da domani che si vedranno. Il dato in percentuale ottenuto dal Partito Democratico è il migliore di sempre e supera anche quello di Veltroni del 2008, quando corse da solo regalando il governo al Pdl. Insieme alla Lista Tsipras, che è di sinistra e potrebbe incarnare sul piano europeo quello che rimane ormai di Sel, la sinistra volerebbe in Italia al 44,8. Un risultato che era difficile da immaginare sabato scorso, quando tutti i commentatori davano Grillo strafavorito e già in corsia di sorpasso. Quando si prevedevano catastrofi è possibili nuove elezioni ad ottobre. Certo pesa il dato dell’affluenza alle urne, dove solo il 57,7% degli aventi diritto si è recato a votare. Ossia il dato più basso della storia repubblicana. In termini di voti sono. Su questo dato va stimato il bottino fatto dal Pd.

Il M5S rimane comunque una forza temibile. È arretrato rispetto al 25,9% dello scorso anno. È uscito sconfitto dal gioco illusionistico delle aspettative e delle responsabilità che gli hanno affibbiato in anticipo media e avversari. Ha scontato l’anarchia dei primi mesi e anche l’insicurezza di una linea politica ben precisa. Ma rimane per il momento saldamente sopra il 20%. Ha restituito una parte dei propri elettori al Pd e forse una parte anche alla Lega. Non è morto però. Adesso per loro si apre una fase nuova: quella delle scelte. Devono per forza di cose e per ragioni di sopravvivenza politica far fruttare il tesoro di voti che comunque hanno incassato dagli italiani. Visto che non crescono per partenogenesi, devono per forza iniziare a scendere a patti con la politica quella vera, entrare nell’agone, sporcarsi le mani, stringere alleanze, presentare leggi. In una parola governare. Pd e M5S insieme raggiungerebbero in Italia il 60%. Avrebbero la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento e potrebbero rivoluzionare la nazione. Sarebbe un nuovo compromesso storico, con il Pd nel ruolo della vecchia Democrazia Cristiana e il M5S nel ruolo del Partito Comunista Italiano, ossia l’incarnazione di una tensione morale.

Tutti gli altri partiti, tranne alcuni minori di sinistra o di destra, meno coinvolti con le nefandezze dell’ultimo ventennio politico-amministrativo, andrebbero all’opposizione e potrebbero anche sparire dal Parlamento in una futura elezione. Lo scenario è suggestivo. Il Pd di Renzi in fondo ha una tensione morale al suo interno. È stato costretto a scendere a patti con Forza Italia e il Nuovo Centro Destra a causa del mancato appoggio del M5S. in questo difficile conteso e con numeri risicati al Senato sta cercando di traghettare fuori da guado l’Italia. Non è il massimo agli occhi degli elettori 5 Stelle per il fatto che troppi esponenti di spicco al suo interno hanno imbastito trame e legami con Forza Italia, portando sul baratro l’Italia. Non è però il peggio del peggio. Ha al suoi interno forze nuove che stanno sbocciando e che possono contribuire a salvare la nazione. Un’unione tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, ossia tra la tensione morale e l’istinto pragmatico potrebbe consentire all’Italia di superare un quarantennio di immobilismo e di arretramento culturale. Sarebbe come ripartire dagli anni ‘70. Con maggiore consapevolezza di quello che potrebbe accadere se si fallisse un’altra volta.

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