Il debito pubblico continua a salire

Il debito pubblico continua a salire

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Renzi non arresta la disfatta economica dell’Italia. L’Istat certifica quello che gli italiani sentono sulla loro pelle. Ogni mese che passa la Nazione affonda sempre di più e perde asset strategici senza davvero reagire

Roma, 15 luglio 2014 – Il debito continua a salire. Lo ha certificato la Banca d’Italia nel supplemento al “Bollettino Statistico Finanza Pubblica, Fabbisogno e Debito”, pubblicato ieri. Siamo arrivati alla cifra record di 2.166 miliardi di euro, con un incremento di 97 miliardi dall’inizio dell’anno ad oggi. In soli sei mesi abbiamo creato quasi 100 miliardi di debito pubblico. Solo nel mese di maggio il debito è aumentato di 20 miliardi e nel suo complesso il Governo Renzi, iniziato a fine febbraio, ha fatto registrare un aumento di 59 miliardi, con un incremento di circa 14 miliardi al mese. Per questo forse ha aperto il Semestre Italiano invocando lo strumento della flessibilità. E ricevendo in cambio le prese di posizione un po’ risentite del capogruppo del Ppe, il cristiano-sociale Manfred Weber, del Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, del Presidente uscente Manuel Barroso e da ultimo anche da Mario Draghi, che ha sottolineato come lo strumento della flessibilità sia inefficace se non accostato alle riforme strutturali. L’incremento del debito pubblico è stato costante e senza soluzione di continuità dal Governo Monti al Governo Renzi, passando per l’Esecutivo Letta. Sotto Monti è cresciuto di 129 miliardi circa. Sotto Letta di 66 miliardi circa (il suo Esecutivo è durato 10 mesi). Sotto Renzi siamo già a 59 miliardi in soli 4 mesi. E tutto questo nonostante i sacrifici fatti dagli italiani.

Ma i dati andrebbero incrociati anche con quanto si sta registrando in generale nella società italiana. Per prima cosa, l’Istat ha certificato che tra il 2012 e il 2013, l’incidenza della povertà assoluta in Italia è aumentata dal 6,8% al 7,9%, per effetto sopratutto dell’aumento nel Mezzogiorno, dove è passata dal 9,8 al 12,6%. La povertà assoluta pertanto coinvolge circa 303 mila famiglie e 1 milione 206 mila persone in più rispetto all’anno precedente (2012). Risulta essere povera o quasi una famiglia su cinque. In questa statistica sono tra l’altro coinvolti anche un milione e mezzo circa di minori. A questo va aggiunto che l’indice nazionale dei prezzi al consumo, al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,3% nei confronti di giugno 2013, confermando però anche qui un trend negativo di crescita. In pratica a giugno 2014 l’inflazione è allo 0,3% toccando così il minimo dal 2009, ossia dall’inizio della crisi in Italia. Questo significa che gli acquisti sono sempre fermi, nonostante gli 80 euro in busta paga di Renzi, che anzi si presume saranno spesi in tasse. In pratica da una mano il Governo dà, dall’altra toglie. Anzi forse un po’ maliziosamente si potrebbe dire che dà proprio perché sa con certezza che riavrà indietro!

Detto questo, la priorità sembrerebbe dunque essere abbattere il debito per far ripartire l’Italia. Cosa che chiede a gran voce l’Europa da tempo ormai. Ma questo non avviene. E l’attenzione invece è centrata sull’apertura di Matteo Renzi ai 5S sulla Legge Elettorale. I virtuosismi verbali del Premier sono efficaci e pur di distogliere l’attenzione dal vero nodo che attanaglia l’Italia, ossia il fallimento del Paese e della sua classe dirigente, si lavora a riforme che non hanno nessuna relazione con il presente e che non porteranno benefici agli italiani. La Legge elettorale e il passaggio da un bicameralismo perfetto ad un monocameralismo, che per il momento si potrebbe definire spurio, e che sarà imperfetto tanto quanto l’attuale forma di Governo, perché non è il meccanismo in sé che rende più o meno perfetto un sistema, ma gli uomini che lo utilizzano e la loro altezza morale. La previsione è che con gli attuali leader e politici questa nuova riforma sarà inutile. Per non dire un grande errore, come fu quello di togliere il sistema proporzionale nel 1994 con una riforma che portò all’attuale crisi politica italiana. Un a crisi che dura da oltre vent’anni. All’epoca sarebbe bastato introdurre dei correttivi minimi, come uno sbarramento al 5%, per eliminare tanti piccoli partitini, che non davano nulla all’Italia, e per accorpare intorno a tre o quattro grandi realtà politiche e ideologiche il frantumato e variegato panorama dell’epoca. Così non fu e il male prevalse. Il male per i cittadini ovviamente, e il bene per le grandi lobby, per la politica, e per i grandi potentati.

Adesso che la spirale si assottiglia sempre di più e si avvoltola sempre più stretta intorno allo Stivale, la politica prepara e partorisce l’ennesimo falso problema, per evitare di fare i conti con il proprio fallimento. È chiaro che l’Italia è fallita e si avvicina un periodo di smantellamento di tutti gli asset. Alitalia intanto, che quasi da un decennio è morente e al cui capezzale corrono tutti gli italiani, facendosi carico del debito che la politica ha accumulato. Adesso sarà data agli arabi di Ethiad. Sarà un bene per lo Stato, ma intanto dovremo riassorbire tanti lavoratori, perché non si ha il coraggio di dire che sono inutili. Sono troppi. Non servivano. Hanno alimentato un bacino elettorale da cui tutti i partiti dell’arco costituzionale hanno tratto vantaggio. Il costo andrà a gravare il debito pubblico. Ma altri asset sono sullo stesso piano di Alitalia. Pensiamo alle Ferrovie dello Stato, che hanno sempre vissuto in un regime di monopolio per garantire assunzioni e bacini elettoralistici. E le tante società in house delle Regioni e dei Comuni e delle Provincie, che sono vive e vegete e continuano a costare agli italiani le stesse cifre di prima (fonte Istat). In tutto questo panorama desolante, con un movimento dalla forte spinta etica che ricalca in parte il Pci di Berlinguer, che anzi trae da quell’ansimo morale gran parte della sua ragione d’essere, anche se la fonde con elementi sinceramente di destra, arriva Renzi e il renzismo, un’altra forma del berlusconismo vitalistico. Il renzismo nasce per bloccare il Movimento di Grillo e Casaleggio, anche se si è avvalso di grossolani errori di “gioventù” del Movimento.

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