L’Italia bloccata dalle “larghe intese”

L’Italia bloccata dalle “larghe intese”

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Dagli anni 70 in avanti in Italia tutto è immobile. Gli Esecutivi dal 2011 in avanti hanno prodotto mostri legislativi e burocratici che paralizzano le istituzioni, come negli anni di Berlusconi Premier. Le larghe intese, che nel nostro paese sono interpretate in modo del tutto originale

Roma, mercoledì 24 settembre 2014 – La notizia di questi giorni è che il testo del nuovo reato di auto riciclaggio, dopo una lunga trattativa, è stato reso noto. E, come ormai accade da un po’ di tempo a questa parte con le leggi in materia di giustizia, è stato reso inefficace. Almeno questo afferma chi lo ha letto. Le larghe intese ancora una volta hanno prodotto un ddl inutile e bizantino, cioè inservibile. E qui a questo punto si apre una riflessione sull’utilità di un Governo di questa natura nel nostro Paese. È chiaro che questo Esecutivo, fin dalla sua nascita nel dicembre del 2011, ha prodotto solo mostri legislativi e burocratici che paralizzano le istituzioni, invece di renderle più agili e più consone alle necessità dei nuovi tempi. L’Italia non reagisce alla crisi economica, alla crisi di rappresentanza, alla crisi di credibilità internazionale e alla crisi di consenso. Anzi grazie allo stallo istituzionale mascherato da “Governi del Fare” continua nella sua crescente caduta verso il basso. Continua a rimanere vittima e ostaggio delle lobby.

Negli altri paesi e specialmente in Germania, ma anche in Grecia, i governi di larghe intese sono serviti per affrontare questioni spinose e difficili, che avrebbero allontanato i consensi e avrebbero prodotto rivolte e scioperi, ma che se affrontate con unanimità di intenti da parte della classe politica avrebbero nei tempi medio lunghi prodotto vantaggi significativi. Questo è accaduto in Germania e sta avvenendo in Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo. Interventi che esigevano di essere affrontati senza tenere conto degli interessi in gioco delle varie lobby, ma solo del bene dei cittadini. E spesso il bene dei cittadini non è quello immediato. Per cui una classe dirigente illuminata – in genere composta da politici, legislatori, dirigenti pubblici e privati, vertici di sindacati, giornalisti, opinione pubblica o da coloro che possono essere in contatto diretto con l’opinione pubblica – spesso vede il bene della nazione e orienta i suoi atti in quella direzione, pensando e operando per il futuro.

Questo non avviene in Italia. Perché questo Governo è bloccato, non avvantaggiato dalle cosiddette larghe intese, che nel nostro paese vengono interpretate e declinate in modo del tutto originale. Il centro destra blocca ogni possibile novità, preservando solo il benessere delle varie lobby. Il motivo dominante è come al solito cambiare tutto, perchè tutto non cambi. L’antico refrain scritto negli anni cinquanta da Tommasi di Lampedusa e messo in bocca ad un rappresentante dell’alta aristocrazia siciliana all’indomani dell’Unità d’Italia, è diventato famoso. Ma è famoso perché vero e non perché originale. Tommasi di Lampedusa lo ha detto in modo nitido e inequivocabile, facendo affiorare l’atteggiamento conservatore che ha sempre forgiato la nostra penisola. La lezione dell’Italia postfascista è stata fatta propria dai nuovo potere e nel ’92 tutto è cambiato, ma nulla in effetti lo è stato. Oggi è lo stesso. Un forte partito di centro, proveniente dalla sinistra e dall’ex Pci, ma imbottito di elementi di centro (Margherita) fin dalla sua fondazione, oggi governa rimane al governo con l’appoggio del centro destra (Ncd + FI). Grandi discontinuità dunque con il governo Monti non ne sono avvenute. E il blocco è tale che difficilmente potrà essere rimosso.

Ma dagli anni 70 in avanti. Dal consociativismo in poi in Italia tutto è immobile e fermo. La vera differenza è che l’immobilismo politico e sociale nel tempo ha impedito quelle riforme necessarie per rendere il paese competitivo; e con l’arrivo della crisi economica e le difficoltà del mondo industriale c’è l’esigenza di sfondare a destra, eliminando alcune di quelle barriere che il consociativismo aveva eretto a difesa del sistema politico e dirigenziale e dei pesi e contrappesi. Infatti se da una parte i lavoratori erano iper garantiti, dall’altra lo Stato smetteva di fare lo Stato e svendeva i suoi beni in favore della classe industriale, consentendo loro di evadere le tasse e di ripagarsi lautamente dall’impegno di produrre a costi più elevati. Oggi questo non è più possibile. Le aziende sono in fuga assorbite da quel movimento di de-nazionalizzazione della produzione alla ricerca di forza lavoro a basso costo in paesi dove la tassazione è meno elevata per attrarre investimenti, quindi o l’Italia si adegua o finirà per dover dismettere buona parte della sua produzione industriale, che di fatto è manifatturiera. Ecco allora che la partita è giocata tutta sul fronte del lavoro, per smantellare e archiviare le garanzie accumulate negli anni.

Il movimento verso un abbassamento delle soglie di garanzia dei lavoratori, non ha però un contrappeso nell’abbassamento delle soglie di garanzia nei confronti della classe imprenditoriale e dirigente e nei privilegi dei politici. L’auto riciclaggio e il falso in bilancio sono due strumenti che, se adottati in maniera adeguata, andrebbero in questa seconda direzione, bilanciando i contrappesi tra industria e lavoratori, introducendo equità e concorrenza. Un altro contrappeso sarebbe l’abbattimento dei costi della politica, a partire dagli stipendi dei parlamentari e dei loro privilegi, la riduzione dei consigli di amministrazione. Inoltre sarebbe da introdurre una vera legge sul conflitto di interessi che vada a impedire l’accumulo di cariche in conflitto tra loro, dove controllato e controllore siedono negli stessi consigli di amministrazione. Anzi l’accumulo di tali cariche andrebbe sfavorito a priori, perché indecoroso e sfacciato sfoggio di privilegi con cui una classe dirigente rende omaggio a se stessa.

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