Roma, non basta una vita per raccontarla

Roma, non basta una vita per raccontarla

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Un lungo racconto dedicato a Roma di uno dei suoi figli acquisiti. Alla Casa della Letteratura si è svolto il reading con Corrado Augias e Antonio Pennacchi

Roma, giovedì 20 novembre 2014 – A piazza dell’Orologio, mercoledì 12 novembre, le lancette indicavano le 18.30 quando, nella Casa della Letteratura, è avvenuta la presentazione del libro “Roma, non basta una vita”. Ospiti Corrado Augias e Antonio Debenedetti. Chi ha rivelato Roma ai romani è stato un non romano, un veneto, Silvio Negro, capo della redazione romana del Corriere della Sera e vaticanista di fama europea, scrive Stefano Malatesta nell’introduzione alla nuova edizione del libro, uscito la prima volta nel 1961. “Vedere l’Urbe con occhi nuovi, sorpresi e con un senso di rispetto maggiore è ciò che rende il libro appassionante”, afferma il giornalista romano Augias. Interviene anche Victor Ciuffa, fondatore dello Specchio Economico “È una lingua piena di poesia e semplicità. Inoltre non ci sono le note a pie’ di pagina”. Fa una pausa e conclude “Perché quando le spiegazioni sono più lunghe del testo, vuol dire che quest’ultimo non funziona”. Premio Bagutta per la saggistica nel 1936, Negro raccoglie un successo unanime tra gli astanti, uniti in “un unico grande amore“ come ci ricorda Antonello Venditti in “Roma Roma” (e non Baglioni). Immensa e provinciale, antica e moderna, nessuno è uscito illeso al fascino della città eterna.

Ne è caduto vittima Fellini ne “La dolce vita” o Sorrentino ne “La grande bellezza”. “T’invidio turista che arrivi, t’imbevi de fori e de scavi, poi tutto d’un colpo te trovi fontana de Trevi ch’è tutta pe’ te”, cantava Renato Rascel. Una città apparentemente tremolante e instabile, “la ricotta” la chiamava Pasolini, ma che ha saputo reagire ad innumerevoli passaggi, rimanendo intatta e viva. Capitale rinascimentale e barocca, capeggiata da “papi terribili” come Giulio II, avvezzo solo a condurre imprese belliche o ad erigere chiese monumentali, come San Pietro. Uno spaccato di una realtà politica, civile, oltre che religiosa molto complessa. Il libro, a cui si deve il titolo a Dino Buzzati, ripercorre due fasi una dal 1933 al 1943, l’altra dal 1944 al 1959, anni in cui si stagna, in Italia, il fascismo e con esso la censura e il controllo della libertà di pensiero e di stampa. “C’è una forza polemica che viene soffocata” interviene stizzito Debenedetti, che cede la parola al suo collega per leggere un passo del libro sull’Eur, originariamente noto come E42 e rimasto incompiuto, per la II guerra mondiale. Si conclude con un ringraziamento a Neri Pozzi per cui è stato possibile la pubblicazione del libro, precedentemente rifiutata dall’editore Sansoni.

di Flavia Niscola

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