Chi non “muore” si ri-sente

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I Blur tornano dopo un lungo silenzio, più in forma che mai

Roma, mercoledì 13 maggio 2015 – Ben 12 anni. Tanto è durata l’attesa. I Blur pubblicano finalmente il loro ottavo album da studio dopo “Think Tank”, del 2003. “The Magic Whip”, distribuito da Parlophone e subito schizzato in testa alle charts UK, vede il rientro nel team del chitarrista Graham Coxon: erano 16 anni che il quartetto originale non si riuniva in studio, da “13”, pubblicato nel 1999.

Il disco, annunciato a febbraio di quest’anno, affonda le proprie radici nel maggio del 2013, mentre il gruppo era in Asia per suonare al Tokyo Rocks Music. Il festival fu cancellato, e la band si trovò intrappolata per cinque giorni a Hong Kong. I Blur decisero allora di registrare della nuova musica agli Avon Studios, che rimase poi nel cassetto per più di un anno. Fino a quando Damon Albarn non si è recato di nuovo ad Hong Kong e da lì ha tratto ispirazione per i testi, successivamente inseriti nel disco. Prende così vita un album dalle sonorità che profumano d’Oriente. L’immaginario asiatico trionfa già nella copertina del booklet che, al suo interno, richiama lo stile dei Radiohead. “The Magic Whip” è un album composto di getto e assemblato a posteriori in modo un po’ casuale. Ed è proprio da questo che trae la propria forza.

La prima traccia, Lonesome Street, è la quintessenza dei Blur: il riff vecchio stile, la voce indolente di Albarn e qualche deviazione di percorso nella struttura melodica. Un ritorno in piena regola. Il disco prosegue poi su un doppio binario. Da un lato canzoni più rarefatte, dai suoni in sottrazione, quale è New World Towers. Dall’altro brani che suonano più “classic Blur”, come Go Out, ma nei quali salta sempre fuori una piega sonora, una coloritura inaspettata.

E poi alcune tracce particolari. Ice cream man è una canzone che fa pensare a Luky dei Radiohead: dietro la sua melodia scanzonata nasconde una discreta cupezza. Pyongyang è una ballata apocalittica, con suoni alla Talking Heads e un testo che descrive l’utopia neostalinista della città nordcoreana con toni malinconici e toccanti. Chiude il disco Mirrorball, un brano sospeso tra richiami western ed echi orientaleggianti.Un disco complesso, che proietta la band oltre la restrittiva etichetta “Britpop” verso una brillante progressione. Un disco che inoltre sancisce la riconciliazione tra Coxon e Albarn, come si evince dalle parole del chitarrista: «Damon ed io abbiamo un grande rispetto l’uno per l’altro, accresciuto da questo album, che è un modo per dire “scusa se sono stato una seccatura negli ultimi 20 anni”».

Francesco Ascenzi

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