L’Italia della raccomandazione

L’Italia della raccomandazione

  • Print
  • Add to Favorites

Le ultime esternazioni del Ministro del Lavoro fotografano una realtà indiscutibile. Tutti si indignano ma per il momento le cose restano come sono. Da 150 anni l’Italia si basa sulle relazioni amicali e familiari, piuttosto che sul merito

Roma, venerdì 31 marzo 2017 – L’importanza dei rapporti di fiducia. L’ultima esternazione del Ministro del Lavoro Poletti sul fatto che per trovare lavoro è meglio andare a giocare a calcetto piuttosto che inviare curricula, anche se espressa nei soliti termini offensivi per chi è disoccupato, fotografa la realtà italiana. Nel nostro Paese, per trovare lavoro serve la raccomandazione. Anche nel privato. Devi mettere in moto tutte le conoscenze e provare a rompere le scatole. Non c’è da meravigliarsi quindi se poi nei luoghi di lavoro si trovano figli, amici e parenti. Se nelle università i responsabili dei Dipartimenti infarciscono i corsi di dottorato, o le posizioni apicali, di amici, fidanzate, amanti, figli e concubine. Nelle realtà private di grandi dimensioni, il lavoratore che va in pensione può chiedere di far inserire il figlio all’interno dell’azienda. Un bonus che si riserva di giocare a fine carriera. Questo avviene perché non ci si fida l’uno dell’altro. Perché c’è resistenza alla novità. Perché siamo una società arcaica che si basa sul tradizionale concetto della famiglia, delle relazioni interpersonali e dunque sul fatto che piuttosto che mettere a disposizione posti di lavoro ai migliori, si punta sulla fiducia che la raccomandazione può dare. Siamo il Paese del cerchio magico. Questo rende l’Italia statica a livello sociale, come descrivono tutte le statistiche. La mobilità sociale non esiste e se paragoniamo l’Italia al Regno Unito, una delle mete con più attrazione per i giovani che non riescono a trovare lavoro, le differenze sono abissali.

Ora la selezione per raccomandazione o conoscenza, rispetto a quella per concorso o per colloquio, non necessariamente sarebbe meno produttiva o svantaggiosa. Se solo si scegliessero i tipi giusti da mettere al posto giusto, forse sarebbe anche più interessante da adottare. Se si posizionassero le persone migliori nelle posizioni apicali, che questo avvenga per concorso (che sempre può essere truccato, specialmente se si ha esperienza di come vanno le cose in Italia) o per scelta diretta su segnalazione (raccomandazione), non cambierebbe nulla. Il risultato sarebbe di avere persone giuste, valide, preparate e in grado di fare bene il loro mestiere nei posti chiave, con la sicurezza di far crescere la produttività della singola azienda e dell’intero Paese. In una nazione fortemente intrisa dalla malavita mafiosa e dalla corruzione, se si scegliessero per chiamata diretta, perché raccomandati o segnalati, gli individui migliori, con un forte senso etico, forse si potrebbe anche provare a ridurre l’influenza della mafia e della corruzione. Questo però non avviene e si sa. In Italia non vige la meritocrazia, ma la filiazione. Il caso Grillo a Genova ne è una riprova. Non sappiamo quanto fosse preparata la Cassimatis, forse più o forse meno rispetto a chi poi alla fine con un atto di imperio è stato scelto dal leader dei grillini. Di certo conta che la Cassimatis, che era stata eletta secondo le regole delle “comunarie” del Movimento 5 Stelle, con una votazione sulla stessa piattaforma allestita ad hoc dalla dirigenza, pare non fosse vicina ai vertici del Movimento stesso. Questo è bastato per farla espellere.

Quindi se anche il partito che professa di voler cambiare radicalmente le cose in Italia e di fare della meritocrazia un cavallo di battaglia, poi sceglie la sua classe amministrativa attraverso un percorso di fedeltà, quale cambiamento sperare? Nessuno. Ma per tornare al tema iniziale, è sotto gli occhi di tutti che puntare all’assunzione attraverso la raccomandazione in Italia ha portato a sfavorire la meritocrazia, in favore della parentela, della conoscenza e della mediocrità. Il Bel Paese è un paese mediocre, perché ha scelto di puntare sulla fedeltà piuttosto che sulla capacità. I tanti giovani e meno giovani che scappano da questa “morta gora”, dove in pratica solo chi ha un nome o conosce uno che conta può aspirare ad avere un ruolo sociale e posti di lavoro interessanti, dimostrano che le forze ci sarebbero e che quando sono messe in grado di dare il meglio offrono grandi risultati. L’analisi di Poletti oltre che offensiva per come è stata posta, dimostra da una parte che anche lui è un figlio della raccomandazione, perché uno davvero in gamba avrebbe utilizzato altre parole, e dall’altra che bisognerebbe combattere questa pratica, perché l’Italia ha bisogno di persone giuste al posto giusto. Persone selezionate per il loro merito e le capacità e non per fedeltà o peggio perché non facciano ombra ad altri.

0 Commenti

I commenti sono bloccati