Si accende il dibattito sulla legge elettorale

Si accende il dibattito sulla legge elettorale

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Mentre i quattro partiti maggiori si dicono d’accordo, per i piccoli partiti incomincia l’odissea della scelta. Rischiare da soli di mancare il quorum o federarsi in soggetti diversi?

Roma, martedì 30 maggio 2017 – La politica si è rimessa in moto. Con l’incontro di lunedì tra la delegazione parlamentare del Pd e quella del M5S, in merito alla nuova legge elettorale, si rianima il dibattito politico. La proposta ricalca in parte il modello tedesco con un proporzionale per entrambe le camere e una soglia di sbarramento al 5%. Il Movimento di Grillo avrebbe già dato delle aperture positive al Partito Democratico, mentre Berlusconi e i suoi si erano detti d’accordo. Anche Salvini e la Lega, che sono al sicuro da sbarramenti, si sono affrettati a dare il loro consenso. Con l’ok incassato da Grillo, le quattro forze più importanti oggi in Italia si dicono d’accordo alla modifica proporzionale, quello in fondo che hanno voluto gli italiani, che lo scorso 4 dicembre avevano bocciato sonoramente la riforma di Renzi. Sono invece i piccoli partiti ad essere in fibrillazione, specialmente quelli di Maggioranza. Oggi il Ministro degli Esteri Angelino Alfano ha dichiarato: «In questo momento così delicato non si vota per la legge elettorale, ma si vota lo scioglimento delle Camere e io non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia al voto tre o quattro mesi prima in piena legge di stabilità. Rivolgo un appello al Pd prima della loro Direzione: pensino all’Italia e al danno che questa impazienza di rientrare a Palazzo può fare all’economia». La proposta avanzata dal Partito Democratico decreterebbe la fine dei partitini, quelli che oscillano dallo zero virgola al 4,9%. Se non superano la soglia del 5% sono fuori dalle due Camere. Poi si discuterà come far eleggere i parlamentari se in collegi uninominali oppure, ma intanto la vera notizia positiva è il ritorno al proporzionale e l’introduzione della soglia di sbarramento.

Insomma, dopo quasi trent’anni di attesa finalmente si è arrivati a quello che doveva essere la vera riforma del 1994, dopo Mani Pulite e la fine dei partiti tradizionali. Non servivano grandi interventi sulla legge elettorale. Serviva solo inserire uno sbarramento (all’epoca si parlava del 3%), che avrebbe costretto i partiti minori a unirsi per centrare l’obiettivo di entrare in Parlamento. Dopo, come dice la Costituzione, su mandato degli elettori, si avrebbero cercato la quadra per la Maggioranza. Chi ha un minimo di memoria ricorderà la presenza del partito Liberale, del partito Repubblicano, della Südtiroler Volkspartei e di altre formazioni minori, elette grazie al proporzionale puro senza sbarramento, che determinavano gli equilibri di Camera o Senato con percentuali minime su scala nazionale. Il partito del Sud Tirolo, ad esempio, determinava le sorti nazionali con un programma politico che per statuto rappresentava gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino di Bolzano. Bastava dunque mettere una semplice soglia di sbarramento e la confusione generata dalle piccole sigle sarebbe sparita. I partiti minori si sarebbero dovuti unire, trovare programmi comuni e presentarsi con un’idea valida a livello nazionale e che avesse tenuto conto degli interessi di una larga parte degli italiani, almeno del 3% degli italiani. Questa era l’idea che bisognava percorrere, e chi scrive la sosteneva, giovanissimo nel 1993. Adesso che l’ipotesi è quella di tornare a quel punto, in pratica di ripassare dal via quasi 30 anni dopo, chi scrive non può che esserne contento e felice.

La soglia al 5%, come in Germania, è ragionavole. Costringerà i partiti ad unirsi e a presentare programmi che coinvolgano un’ampia fetta degli italiani. Almeno il 5% degli italiani dovranno essere persuasi della bontà di un progetto politico. Sarebbe ancora più interessante se questa soglia venisse imposta di essere raggiunta in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. Se un partito supera tale soglia solo in una regione, o in alcune regioni omogenee tra loro, sarà portatore di interessi solo di una parte, non di tutta la nazione. L’esempio calzante è quello della Lega Nord, che è radicata al Nord, ma poco al centro e al Sud. Con il suo quasi 13% supera ampiamente la soglia di sbarramento, ma non è portatrice di interessi per i cittadini del Centro e del Sud. Una ipotesi di questo tipo sarebbe però sentita “contra personam” (pensata per limitare il movimento di Salvini) e quindi non praticabile, però avrebbe permesso la formazione di veri partiti nazionali, portatori di interessi nazionali e non regionali – anche se nel caso della Lega macroregionali (non a caso nella discussione interna sta tornando la parola “Padania”, con un evidente ritorno alle origini). Insomma, il dibattito politico è tornato ad essere affascinante e la direzione in parte giusta. Bisognerà adesso vigilare che non vengano introdotte norme, varianti, codici e codicilli che possano vanificare una legge elettorale sana per il Paese. Una legge elettorale che possa dare stabilità prossimi trenta anni, perché è da lì che nascerà la stabilità. La Germania ce lo insegna.

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