Legge elettorale, si ritorna alla prima Repubblica?

Legge elettorale, si ritorna alla prima Repubblica?

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Mentre i quattro grandi Partiti sembrano aver trovato un’intesa, le piccole sigle scalpitano. La legge elettorale alla tedesca li taglirebbe fuori. Non si tratta però di un ritorno al passato, ma di un nuovo inzio

Roma, mercoledì 31 maggio 2017 – Cresce il dibattito politico in Italia, merito della nuova proposta di Legge elettorale (proporzionale con sbarramento al 5%) che i 4 partiti maggiori sono disposti a votare in Parlamento. La loro posizione è meno condivisa dai piccoli partiti e dall’opposizione interna del Partito Democratico. Alfano e Emiliano si incontrano sul terreno del no anticipato alle elezioni. Secondo loro non c’è fretta. Andare al voto in Autunno creerebbe un ingorgo istituzionale tra legge di bilancio, interventi per congelare le clausole di salvaguardia, con il rischio di un aumento dell’Iva al 25%, inoltre c’è bisogno di fissare alcuni meccanismi elettorali. Emiliano in un’intervista al «Corriere della Sera» di oggi puntualizza sul fatto che bisogna introdurre le preferenze e un premio di maggioranza per la coalizione. Questo secondo meccanismo sterilizzerebbe lo sbarramento al 5% e quindi la riduzione dei partiti minori presenti in Parlamento. Ovvio che se passasse questa clausola, la coalizione sarebbe il Cavallo di Troia, l’espediente per far tornare i partiti sotto la soglia del 5%. Questo sì che sarebbe un ritorno alla palude istituzionale. Impedire questo meccanismo, che si è perpetrato dal 94’ in poi, sarebbe fondamentale per far compiere un passo in avanti al Paese. È un atto di responsabilità. Sarebbe meglio invece che i soggetti minori si federassero in soggetti nuovi, oppure si sciogliessero nei soggetti più grandi. Questo permetterebbe di portare quattro, cinque o sei grandi partiti, identificabili politicamente e ideologicamente, in Parlamento. Le coalizioni si formeranno dopo, nelle due Camere, sulla base di interessi comuni per la guida del Paese. Accordi potranno esserci anche prima delle elezioni, nel momento di presentare il programma, magari dando indicazioni sulle future alleanze per il Governo.

Il tutto sarebbe molto più semplice e facile da comprendere per i cittadini, che non vedrebbero più quella enorme proliferazione di sigle e partiti, poco comprensibili. Inoltre sfavorirebbe anche le scissioni e le divisioni, perché una minoranza dovrebbe portare avanti le battaglie sempre all’interno del partito di riferimento, avendo poche chances di centrare il Parlamento qualora andasse a formare un nuovo movimento. Alcuni commentatori politici e uomini di apparato bollano però la riforma come un ritorno alla Prima Repubblica, all’epoca del pentapartito e dei giochi di Palazzo. A parte il fatto che, come è già stato scritto su queste pagine, si tratterebbe in effetti di un salto indietro di quasi 30 anni, ma per tornare all’unica strada virtuosa che l’Italia avrebbe dovuto imboccare fin da allora. Comunque, la sostanziale differenza tra la Prima Repubblica e il momento attuale è la fine dell’egemonia americana e la perdita di potere del partito conservatore all’interno della Chiesa, entrambi ben presenti nel biennio 1992/1994. A quell’epoca il campo progressista coincideva con i post-comunisti del Pds-Ds (che avevano cambiato sigla nel 1989) e le resistenze per consentire la possibilità di alleanze politiche all’interno del recinto parlamentare erano ancora troppo forti. I blocchi contrapposti, nonostante fosse caduto il Muro di Berlino (1989), erano presenti. Così come Giovanni Paolo II, un Papa forte e poco propenso a fare accordi con gli ex comunisti che aveva combattuto. Bergoglio era molto lontano da venire e la Conferenza Episcopale Italiana non guardava di buon occhio a politiche progressiste portate avanti dagli ex-comunisti.

Chiaro che in un contesto così poco incline a consentire aperture all’ex partito comunista, con la disgregazione del pentapartito, le lobby industriali avverse a politiche di apertura alla concorrenza (ma lo sono tuttora), mettere uno sbarramento al 3% avrebbe detto favorire i due partiti maggiori. Con l’aggravante che mentre la Dc stava uscendo con le ossa rotte, visti i tanti inquisiti, la fine di Forlani (all’epoca segretario) e il lungo accordo con il Psi, il Pds-Ds sembrava toccato solo marginalmente dagli scandali di Tangentopoli e dalle inchieste del Pool di Mani Pulite. Quindi in Parlamento ci sarebbe stata una presenza forte dei cosidetti ex comunisti che andava assolutamente evitata da tutte le componenti che avevano conservato il potere in Italia per oltre mezzo secolo. Non a caso arrivarono le bombe della mafia e scese in campo Silvio Berlusconi, quale nuovo scudo (non crociato questa volta) contro il pericolo del progressismo. E non a caso la campagna elettorale del Cavaliere fu tutta incentrata contro il comunismo, che era ancora un pericolo. Berlusconi parlò sempre di ex comunisti e di pericolo comunista, per marcare bene con le parole che a sinistra non c’erano progressisti. Non era dunque possibile introdurre uno sbarramento e lasciare che il sistema elettorale così come era stato pensato dai Padri Costituenti potesse incanalare le forze politiche espressione del voto popolare. Voto popolare che era indignato nei confronti della classe dirigente che aveva governato fino al 1992. Fino allo scandalo di Tangentopoli. Non si tratta dunque di un ritorno al passato punto. Ma di un nuovo inizio, se davvero questa legge elettorale vedesse la luce. Meglio tardi che mai.

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