Il cerino in mano al Pd

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Dopo l’apertura di Di Maio, si attende la Direzione del Pd per capire se può iniziare il dialogo con i Cinque Stelle. Renzi però gioca in anticipo e chiude la porta

Roma, sabato 27 aprile 2018 – Il fatto del giorno è l’apertura del Movimento Cinque Stelle nei confronti del Pd. Si attende adesso che la Direzione del Partito Democratico il prossimo 3 maggio dia un’indicazione chiara. Accettare l’offerta e provare seriamente a fare un accordo di programma, anzi un contratto di programma, con il Movimento, su alcuni punti chiari e netti. Oppure tornare alle urne. Il cerino a questo punto è nella mani del Pd, che potrebbe scottarsi e pagare un caro prezzo dal ritorno alle urne, oppure restare subalterno al Movimento e comunque pagare un caro prezzo in futuro. Ma potrebbe anche guadagnarci in credibilità facendo politiche di sinistra. Ossia quelle politiche invocate dal Movimento Cinque Stelle che intendono mettere al centro dell’agenda i cittadini. Il che forse in quest’era liquida potrebbero intendersi come politiche di sinistra. L’ostacolo è Renzi, che inizialmente Di Maio aveva messo sullo stesso piano di Berlusconi dicendo che non si sarebbero fatti accordi né con l’uno, né con l’altro. Alcuni all’interno del Pd propendono a un ritorno dell’ex leader, auspicando che ritiri le dimissioni e riprenda la guida del Partito. Un modo chiaro per far fallire il tentativo di governo. Lo stesso Renzi con un sondaggio fai da te ha detto che la base del Pd è contrario all’accordo con i Cinque Stelle. E chissà quanto oneste saranno state quelle quattro persone incontrate in piazza mercoledì da Renzi, nel rispondere alle domande dell’ex Segretario. Quello che però va registrato è che l’Aventino voluto da Renzi e guidato a distanza, nonostante le dimissioni, ha fatto registrare un misero 9% nelle elezioni in Molise.

Insomma, il tracollo del Pd sotto la guida di Renzi e dei renziani è palese a tutti. Un’emorragia di voti che non accenna a finire in favore dei Cinque Stelle e di partiti civici. La distruzione di un patrimonio ideale e di persone che non ha eguali dal dopoguerra e che forse è paragonabile al declino della Dc e del Psi dopo Mani Pulite. Per rimediare a questa disfatta progressiva, e quasi chirurgicamente pensata a tavolino, il Pd deve cambiare rotta e tornare a pensare politiche di sinistra. Meno commistioni con le lobby e più purezza delle origini. I compromessi con Berlusconi, Alfano e Verdini il suo popolo li ha mal digeriti. Anzi non li ha digeriti affatto. Prima della Direzione del 3 maggio ci saranno però le elezioni in Friuli Venezia Giulia nelle quali il Pd renziano si aspetta un buon risultato, per lo meno non pessimo e catastrofico come quello in Molise, con un partito liquefatto. Da quel voto partirà l’analisi e semmai la partita per il Governo. Intanto c’è da dire che il movimento Cinque Stelle è stato meno sprovveduto di quello che si pensava. La politica dei due forni lo ha messo al centro del gioco, nonostante fosse la seconda forza del Paese uscita dalle elezioni di marzo. La prima con quasi il 37% dei voti è il Centro destra, che non ha saputo far valere questo primato. A Salvini sarebbe bastato raccogliere pochi voti in Parlamento per andare al Governo e forse restarci per 5 anni. Ma non è detta ancora l’ultima parola.

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