Statista scarico

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Parabola ormai finita per l’ex Presidente del Consiglio. Sarà ancora per qualche anno in Parlamento, ma l’opera di dissolvimento del Partito Democratico è quasi terminata. La base intanto è emigrata su altre sponde politiche

Roma, lunedì 21 maggio 2018 – Lo statista scarico, o statico, è naturalmente Matteo Renzi, che per il momento ha salvato il salvabile all’Assemblea Pd, congelando la discussione sulla nuova Segreteria, ma che con la nascita del Governo giallo verde ha costretto ad un ruolo marginale il suo Partito. Nel nuovo contratto di Governo ci sono punti che potevano essere adottati anche dai Dem, se solo Renzi non avesse bloccato la discussione sul nascere. Altri punti invece potevano essere messi sul tavolo in un ipotetico contratto tra Pd e Movimento Cinque Stelle. A quel tavolo avrebbero potuto spiegare meglio le norme sul Jobs Act e la Riforma Fornero, e comunque difendere quanto fatto nella precedente Legislatura, correggendo anche leggi che erano state modificate dai partitini di centro destra (leggi Alfano e Verdini), il cui peso in termini numerici era minimo, però determinante per la tenuta della Maggioranza. Insomma, Renzi avrebbe potuto fare il padre nobile, stare in disparte al Senato, controllare le truppe, senza esporsi in prima persona, ma lavorando di fino sulla stesura del contratto e sul lavoro di un ipotetico Governo Pd-Cinque Stelle.

Questo avrebbe ridato ai Democratici il ruolo di partito progressista (che a parole ha sempre sostenuto di avere) e spinto più a destra i Pentastellati. In fondo, la Legge sul conflitto di interessi può essere condivisa con il M5S; così come la riforma della Giustizia – che intervenga sulla lunghezza dei processi e sulla prescrizione -; così come l’abbattimento del costo del lavoro, la corruzione e i tanti problemi che bloccano l’Italia. Renzi invece ha preferito l’Aventino e ha costretto il Partito Democratico a stare a guardare. Questo non si tramuterà in una rivincita in termini di voti alle prossime elezioni, amministrative o politiche. A meno di grossi danni e incapacità da parte di Lega e Cinque Stelle (ma ci potranno sempre essere degli alibi da sbandierare), chi è sotto i riflettori oggi avrà i più grandi benefici domani. Come dimostrano le ultime recenti elezioni amministrative in Molise, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta. Senza contare che oggi sono i Grillini ad incarnare l’ideale progressista, non il Partito Democratico. A voler essere cattivi, basterà che il nuovo Governo adotti norme in favore dei lavoratori per svuotare quasi del tutto il bacino elettorale del Pd e di Renzi.

La statura politica e da statista di Matteo Renzi ne esce fortemente ridimensionata. Ha avuto la vista annebbiata dal rancore. Non ha saputo discernere tra propaganda elettorale, di chi sta all’opposizione e deve fare sparare a zero contro il Governo e il suo premier, e la fattiva collaborazione del dopo elezioni, soprattutto in una Repubblica parlamentare a vocazione proporzionale. Le sue doti di statista sono venute meno, se mai ci sono state, e si è condannato all’oblio, alla fine e alla scomparsa del Partito Democratico – a meno di grandi disastri della coalizione giallo verde. Accettare i voti di Denis Verdini in Parlamento e di De Luca alle amministrative in Campania; non essere in grado di espellere gli indagati e di mostrarsi eticamente inflessibile di fronte ai reati di corruzione; non capire e risolvere i bisogni dei cittadini e dell’economia reale del Paese; mettere in campo soluzioni liberiste e non progressiste, tutto questo a giocato contro Matteo Renzi, che ha perso tutto in soli 3 anni e mezzo. Una parabola veloce. Si è bruciato come meteorite al contatto con l’atmosfera senza poterci fare niente. È il suo limite. L’orgoglio e l’incapacità di scendere a patti, unito al narcisismo, lo hanno portato alla fine della sua avventura politica.

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